Dichiarazione conclusiva del Capitolo Generale è forte sulla
pietà, ma debole sulla dottrina, con una fatale ambiguità
nelle sue parti dottrinali.
Dichiarazione
reversibile
Forse non tutto ciò che riguarda il
Capitolo Generale della Fraternità San Pio X, tenutosi a luglio
in Svizzera, è stato disastroso, ma dei suoi due frutti
ufficiati: le “Sei Condizioni” sono “pericolosamente deboli” (cfr. EC
268 del 1 settembre ) e la “ Dichiarazione ”
finale lascia molto a desiderare. Ecco una brevissima sintesi dei suoi
dieci punti:-
1. Ringraziamo Dio per i 42 anni
d’esistenza della nostra Fraternità. 2. Abbiamo ritrovato la nostra unità
dopo la recente crisi (davvero?). 3. riguardo alla professione di fede,
4. nella Chiesa, nel Papa, in Cristo
Re. 5. Teniamo fermo il
Magistero costante della Chiesa, 6. come pure la costante Tradizione.
7. Ci uniamo a tutti i cattolici
oggi perseguitati. 8. Chiediamo
l’aiuto della Beata Vergine Maria, 9. di San Michele 10, e di San Pio X .
Si tratta di una Dichiarazione non priva di pietà, che San Paolo
dice essere utile in ogni circostanza ( I
Tim . IV, 8). Tuttavia, ai suoi due discepoli, Timoteo e Tito,
egli sottolinea continuamente la necessità della dottrina, che
rimane il fondamento della vera pietà. Ahimè, la
Dichiarazione è un po’ meno forte in dottrina. Invece di mettere
in risalto gli errori dottrinali del Concilio, che sono stati
devastanti per la Chiesa negli ultimi 50 anni, essa presenta, nei suoi
paragrafi più dottrinali, il 5 e il 6, solo una timida
condanna di questi errori, insieme ad un tributo agli immutabili
Magistero (5) e Tradizione (6) della Chiesa, tributo corretto, ma in
grado di costituire un argomento fin troppo facilmente reversibile per
un conciliarista. Vediamo come:-
Nel paragrafo 5 è detto che il Vaticano II è “viziato da
errori”, mentre il Magistero costante della Chiesa è
“ininterrotto” e “con la sua azione di insegnamento trasmette il
deposito
rivelato in perfetta armonia con tutto ciò che la Chiesa intera
ha sempre creduto, in ogni luogo.” Cosa che naturalmente implica
che Roma deve rivedere il Vaticano II per depurarlo dagli errori. Ma
vediamo come può replicare un Romano: “L’affermazione del
Capitolo sulla continuità del Magistero è del tutto
ammirevole! Ma noi Romani
siamo questo Magistero, e noi diciamo che il Vaticano II non
è viziato da errori!”
Stessa cosa per il paragrafo 6. La Dichiarazione afferma: “La
Tradizione costante della Chiesa trasmette e trasmetterà fino
alla fine dei tempi l’insieme degli insegnamenti necessari al
mantenimento della fede e alla salvezza”. Così che si può
pensare ad un ritorno delle autorità della Chiesa alla
Tradizione. Ma troppo facilmente il Romano ribatte: “L’affermazione del
Capitolo su come la Tradizione mantiene la fede è del tutto
ammirevole! Ma i guardiani di questa Tradizione siamo noi Romani , e noi
diciamo, in base all’ermeneutica della continuità, che il
Vaticano II non interrompe, ma continua la Tradizione. Quindi il
Capitolo è del tutto in errore quando insinua che bisogna
ritornare ad essa.”
Che contrasto con la forza dell’attacco irreversibile di Mons. Lefebvre
contro gli errori del Vaticano II, espresso nella sua famosa Dichiarazione
del 21 novembre 1974 ! Dove egli dichiara che la Roma conciliare non
è la Roma cattolica perché la riforma conciliare è
“naturalista, teilhardiana, liberale e protestante… tutta e interamente
avvelenata… essa nasce dall’eresia e finisce nell’eresia”, ecc. ecc. E
la sua conclusione è un rifiuto categorico ad avere a che fare
con la neo-Roma, perché essa non è assolutamente la vera
Roma.
Basta scaricare da Internet entrambe le dichiarazioni per rendersi
conto quale di esse costituisca un inconfondibile squillo di tromba che
chiama alla battaglia necessaria ( I
Cor . XIV, 8). C’è da chiedersi quanti sono i capitolari
che hanno trascurato di studiare ciò che ha detto Mons.
Lefebvre, e perché.
Kyrie eleison.