Una mostra londinese di dipinti di Gauguin
suggerisce che il suo volo per le isole del Pacifico non gli diede la
pace dello spirito.
Evadere senza speranza
Una attuale mostra a Londra (Tate Modern) presenta dei lavori di un
altro grande maestro dell’arte moderna – una contraddizione in termini?
– il francese Paul Gauguin (1848-1903). Gli uomini hanno bisogno di
immagini come hanno bisogno di una visione su che significa la vita nel
suo insieme. Oggi è l’elettronica che fornisce in gran parte
queste immagini, ma al tempo di Gauguin la pittura aveva ancora un
impatto enorme.
Nato a Parigi nel 1848, Gauguin, dopo diversi viaggi e svariate
occupazioni, all’età di 23 anni divenne un agente di borsa, e
due anni dopo sposò una danese che gli diede cinque figli in
dieci anni. In quel tempo, la pittura era per lui solo un hobby per cui
aveva del talento, ma dopo un tentativo fallito, nel 1884, di entrare
in affari nella capitale della Danimarca, Copenhagen, l’anno seguente
abbandonò la sua giovane famiglia e ritornò a Parigi per
diventare un artista a tempo pieno.
Nel 1888 trascorse nove settimane a dipingere insieme con Van Gogh ad
Arles, ma la cosa finì in maniera burrascosa. Ritornato a Parigi
non riuscì a guadagnare abbastanza denaro o fama, così,
nel 1891, si imbarcò per i tropici, “per fuggire da ogni
artificio e convenzione”. Il resto della sua vita, tolto un prolungato
rientro a Parigi, lo trascorse a Tahiti e nelle Isole Marchesi, allora
colonie francesi della Polinesia nel Pacifico del Sud. Qui produsse la
maggior parte dei quadri su cui poggia la sua fama, ma continuò
ad essere in lotta con la Chiesa e lo Stato, e solo la sua morte nel
1903 gli impedì di scontare una pena detentiva di tre mesi.
Come Van Gogh, Gauguin incominciò a dipingere con lo stile cupo
e convenzionale proprio dell’arte del tardo diciannovesimo secolo.
Tuttavia, come in Van Gogh e quasi nello stesso periodo, i suoi colori
divennero molto più brillanti e lo stile meno convenzionale. In
realtà Gauguin fu il fondatore del movimento artistico del
Primitivismo, che subito dopo la sua morte ebbe una notevole influenza
sulla brillante e pure ribelle arte di Picasso. Il Primitivismo
intendeva tornare alle fonti primitive che l’Europa sembrava avesse
consumato. Da qui il volgersi ai modelli africani e asiatici, di cui si
ha un esempio notevole nelle “Demoiselles d’Avignon” di Picasso. Nasce
anche da qui la fuga di Gauguin in Polinesia nel 1891, dove egli
deplora l’intrusione dei missionari cattolici, e dove studia e modella
nella sua arte pagana gli dèi della mitologia pre-cattolica
locale, comprese diverse figure quasi diaboliche.
Ma la visione dei dipinti tahitiani di Gauguin, che sono sicuramente il
suo meglio, rappresentano una soluzione valida per i problemi del
decadente Occidente, da lui disprezzato e abbandonato? Si può
ritenere di no.
Quelli che oggi sono presentati al Tate Modern sono originali e
variopinti, ma la sua raffigurazione della gente di Tahiti, per lo
più giovani donne, resta in qualche modo torpida e fiacca. La
Tahiti di Gauguin può essere una fuga, ma non è una
speranza. Gauguin può avere avuto ragione sulla decadenza
dell’Occidente, ma il paradiso terrestre da lui inventato nella sua
arte polinesiana lo lascia inquieto, ed egli muore ancora ribelle.
Resta un problema che egli non risolse.
Interessante è la versione fittizia della sua vita fornita dal
noto scrittore inglese del ventesimo secolo, Somerset Maugham. Lo
vedremo nel “Commenti Eleison” della settimana
prossima.
Kyrie eleison.