Prima
delle consacrazioni episcopali del 1988, Mons. Lefebvre lavorò
per un accordo pratico con Roma, ma dopo, mai più. Mai
più.
Svolta decisiva
Il mese scorso, parlando negli Stati Uniti, fra altro, delle relazioni
fra Roma e la Fraternità San Pio X, il Superiore Generale ha
detto che un qualche accordo pratico tra i due potrebbe essere
possibile se Roma accettasse la FSSPX così com’essa è, ed
ha citato Mons. Lefebvre che aveva detto spesso che una tale soluzione
sarebbe stata accettabile. Ma Mons. Fellay ha aggiunto che l’ultima
volta che Mons. Lefebvre aveva detto questo fu nel 1987. Questa
aggiunta è altamente significativa e merita che ci si soffermi
su di essa, specialmente per la nuova generazione che non può
avere familiarità col dramma storico delle Consacrazioni
Episcopali del 1988.
In realtà, il dramma dei drammi, senza il quale la FSSPX non
sarebbe neanche nata, è stato il Concilio Vaticano II
(1962-1965), dove la gran maggioranza dei vescovi cattolici del mondo
sottoscrisse quell’“aggiornamento” della Chiesa col quale separarono la
loro autorità cattolica dalla verità della Tradizione
cattolica. Da allora i cattolici hanno dovuto scegliere fra
Verità e Autorità. A tutt’oggi, se scelgono
l’Autorità devono bramare la Verità, se invece scelgono
la Verità restano in attesa della riunione con
l’Autorità. Mons. Lefebvre scelse la Verità e fu per
questo, per difenderla, che fondò la FSSPX nel 1970, mentre per
quanto possibile fece tutto quello che era in suo potere per sanare la
sua rottura con l’Autorità, sforzandosi di ottenere da Roma
l’approvazione della Fraternità. È per questo che Mons.
Fellay pu& ograve; dire che fino al 1987 Monsignore desiderò
ripetutamente e lavorò per raggiungere un qualche accordo
pratico con Roma.
Tuttavia, nel 1987 Monsignore aveva 82 anni, e prevedeva che senza dei
vescovi suoi la FSSPX si sarebbe bloccata e per la Tradizione sarebbe
stata la fine. Diventava urgente ottenere da Roma almeno un vescovo, ma
Roma frenava, sicuramente perché era ben consapevole che senza
dei vescovi suoi la FSSPX sarebbe morta di una morte lenta. Il risoluto
freno dell’allora Cardinale Ratzinger, nel maggio del 1988, rese chiaro
a Monsignore che la Roma
neo-modernista non aveva intenzione di proteggere o di approvare la
Tradizione Cattolica. Quindi il tempo della diplomazia era
finito ed egli andò avanti con le Consacrazioni Episcopali. Da
allora, disse, sarebbe stata
o la dottrina o niente. Da allora, disse, ogni contatto fra Roma
e la FSSPX avrebbe richiesto, come pregiudiziale assolutamente
necessaria, la professione di Fede di Roma nei grandi documenti
antiliberali della Tradizione Cattolica, come Pascendi, Quanta Cura, ecc.
È per questo che, come ha suggerito Mons. Fellay il 2 febbraio,
mai più si sentì dire al grande Arcivescovo, fino alla
sua morte nel 1991, che potesse essere possibile o desiderabile un
qualche accordo pratico con Roma. Egli stesso si era mosso per quanto
possibile per ottenere dall’Autorità i requisiti minimi per la
Verità. Una volta disse anche che nel maggio del 1988 si era
spinto troppo avanti. Ma da allora non vacillò e non si
compromise mai, ed esortava chiunque lo ascoltasse a tenere la stessa
linea.
Da allora, la situazione è cambiata? Roma è ritornata a
professare la Fede di tutti i tempi?
Ad ascoltare Mons. Fellay, che nella stessa omelia dice che Roma ha
modificato la sua dura posizione del 14 settembre e che adesso si
dichiara disposta ad accettare la FSSPX com’essa è, sembrerebbe
di sì. Ma basta solo ricordare Assisi III e la
neo-beatificazione di Giovanni Paolo II, per sospettare che dietro la
ritrovata benevolenza dei prelati romani nei confronti della FSSPX, vi
sia con ogni probabilità l’aspettativa e la speranza loro che
l’euforia del ristabilimento e del prolungamento del mutuo contatto
finisca col diluire, annacquare ed eventualmente dissolvere la finora
ostinata resistenza della FSSPX nei confronti della loro nuova Chiesa.
Ahimè!
“Il nostro aiuto è nel nome del Signore”.
Kyrie eleison.