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Pretese malate

Le persone che sostengono che Shakespeare
appartenesse alla Brigata Lavander non riescono a capire quello che
leggono,
in particolare il Sonetto 20.

Pretese malate

Un altro mio amico mi dice che in occasione di qualche anniversario di
Shakespeare (1564-1616), molte persone, senza dubbio per combattere
l’“omofobia”, sostengono ancora che lui fosse uno di “loro”. Per
provare che il Bardo appartenesse a quello che viene spesso chiamata la
“Brigata Lavender” [dallo pseudonimo usato dal primo artista americano
dichiaratamente omosessuale], ricorrono solitamente ai Sonetti, molti
dei quali erano davvero amorevolmente indirizzati a un certo giovane.
Cerchiamo di districare il pasticcio.
In primo luogo, gli uomini che male usano con gli uomini o le donne che
male usano con le donne, quel processo che Dio ha dato loro
perché gli uni lo pratichino con le altre propriamente per la
riproduzione e la continuazione della razza umana, commettono un
così grave peccato contro Dio e la società umana che la
Chiesa cattolica lo indica come uno dei quattro peccati che gridano
“vendetta al cospetto di Dio”. Per garantire la continuità
dell’umanità, Dio ha dato ad ognuno di noi una profonda e
naturale ripugnanza dell’uomo per l’uomo, o della donna per la donna.
Abbellire il peccato oscurandone la  ripugnanza come “omofobia”,
è cosa mentalmente e moralmente malata.
Tuttavia, “per i contaminati e gli
infedeli nulla è puro” (Tito
I, 15). Per le menti malate, non ci può essere qualcosa come un
amore puro tra uomo e uomo. Pertanto, quando la Scrittura (II Samuele I, 26), ci presenta un
tale amore come nobile all’estremo, come quando Davide piange per il
suo amico morto Gionata – “l’angoscia
mi stringe per te,
fratello mio Giònata!
Tu mi eri molto
caro;
la tua amicizia era per me preziosa
più che amore di
donna, come la madre ama il suo unico figlio, così io ti ho amato”,
queste menti malate diranno che tale amore dev’essere approvato non
perché sarebbe privo di peccato, ma solo perché
condannarlo come peccato sarebbe “omofobia”.
Il caso dell’amore di Shakespeare per il giovane da lui ha reso famoso
nei suoi Sonetti è sicuramente simile. Molti di essi ci dicono
come questo giovane fosse stato gratificato di una bellezza
paragonabile a quella delle donne, o anche di più, dice
Shakespeare. E a quanto pare quelli che ora cercano di arruolare il
Bardo nei loro ranghi, si appellano in particolare al Sonetto 20, come
alla prova della sua perversione. Ma mi chiedo: sanno leggere? Le prime
otto strofe di questo sonetto possono lodare la bellezza femminile del
giovane, ma le successive raccontano di come la natura lo avesse dotato
anche di una funzione maschile, che non è (1.12) ad uso di
Shakespeare, ma solo delle donne (1.13). Conclusione? – “Sia mio l’amare e loro il godere”
(1.14).
Se le persone che si sono lasciate intrappolare nel vizio contro
natura, fanno tutto il possibile per uscirne, esse meritano la simpatia
di tutte le anime sane. Ma se esse sguazzano nella loro perversione,
facendo finta che i sani grandi uomini del passato fossero come loro,
hanno bisogno di essere energicamente e chiaramente denunciate – fino a
quanto non sarà illegale farlo!
Kyrie eleison.