Oltre all’equilibrio
tra liberalismo e sedevacantismo (cfr. questi “Commenti” della scorsa
settimana), c’è un altro punto di vista utile per comprendere ed
imitare la saggezza di Mons. Lefebvre nel resistere “a viso aperto” ai
Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II, e cioè la sua lucidità
e lungimiranza nel capire, già da allora, quanto fosse
necessaria per la Chiesa tale resistenza.
Quando nel 1974 fece la sua famosa Dichiarazione di Novembre, che
successivamente divenne come la Carta del movimento Tradizionalista, e
quando nel 1975 per questa fu punito con la “sospensione” ufficiale
della sua Fraternità San Pio X, e nel 1976 con la sospensione
personale da tutte le attività in qualità di vescovo di
Roma, la stragrande maggioranza dei suoi colleghi nell’episcopato si
schierò con Roma, e molti di loro fecero continue pressioni su
di lui perché cedesse il passo a Paolo VI, e smettesse di
“disubbidire”.
Fino alla Consacrazione di quattro vescovi nel 1988, allo scopo di
tramandare la Tradizione Cattolica, egli cercò in tutti i modi
di mettere insieme un piccolo gruppo di quattro o cinque vescovi
tradizionalisti che ostacolassero seriamente la dissoluzione in corso
della Chiesa da parte dei neo-modernisti. Ma, sebbene ne visitasse
molti, non riuscì a trovare nessuno che si schierasse
pubblicamente con lui nella battaglia contro i dissolutori occupanti di
Roma.
Solo nel 1981 un suo collega finalmente si schierò al suo
fianco, e questo solo perché Mons. de Castro Mayer, avendo
appena compiuto 75 anni, dovette dimettersi da Vescovo diocesano di
Campos, in Brasile. Tuttavia, è rimasto sempre pubblicamente
fedele all’Arcivescovo, soprattutto in occasione della cerimonia di
Consacrazione dei vescovi nel 1988, gesto che fu molto apprezzato
dall’Arcivescovo perché gli dimostrò che non era il solo
a guidare la Tradizione messa gravemente a rischio dalla crisi della
Chiesa, e ad essere pronto ad azioni drastiche ma necessarie, come le
Consacrazioni episcopali senza l’approvazione Papale.
E i due lungimiranti vescovi
rimasero insieme finché entrambi morirono a distanza di un mese
l’uno dall’altro nel 1991. Tuttavia, dopo la loro morte, nessuno dei
due fu seguito a lungo dai loro stessi seguaci, e ciò ha
dimostrato quanto eccezionale fosse la loro chiara visione. In Brasile
i sacerdoti della Diocesi di Campos ben presto criticarono le nuove
posizioni del Vescovo de Castro Mayer, successivamente alle quali
divenne un “Ribelle disobbediente”, e decidendo di restare fedeli a
quel Pastore obbediente, prima della sua ribellione “contro Roma”, si
ritirarono collettivamente sotto le sottane di Roma.
Quanto alla Fraternità mondiale che l’Arcivescovo aveva lasciato
dietro di sé, nel giro di pochi anni i suoi dirigenti presero
contatti privati con i rappresentanti della Chiesa ufficiale in
colloqui organizzati dal gruppo GREC, e nel giro di pochi anni il
Superiore della FSSPX annunciò pubblicamente che mancava solo il
sigillo definitivo per un accordo ufficiale tra la Fraternità e
Roma.
Per merito dei dirigenti della Fraternità l’accordo non è
mai stato raggiunto, ma a loro discredito, non è stato per
mancanza di tentativi, e di fatti c’è un accordo ufficioso fra
Roma e la Neofraternità.
Ma si ha il diritto di screditare così i leader della
Fraternità a causa dei loro nobili sforzi di riconquistare il
legittimo status di Fraternità riconosciuta all’interno della
Chiesa ufficiale? Per rispondere basta verificare i frutti di quegli
stessi sforzi.
E sono paragonabili i frutti della Fraternità diretta
dall’Arcivescovo, che ripudiava nettamente il contatto con i traditori
della Fede, occupanti di Roma, con quelli della Fraternità
diretta dai suoi successori, che con quei traditori cercavano di
giungere ad un compromesso?
Qualche frutto la Neofraternità produce tuttora, dopo aver
iniziato a trattare i Neo Romani come se fossero Cattolici, ma nella
crisi terribile della Chiesa che sta sempre aumentando progressivamente
anziché attenuarsi, quanto più vero frutto avrebbe potuto
portare la Fraternità alle anime dei fedeli se queste non
fossero state scoraggiate da ambigui messaggi secondo i quali:
“Sì, certo gli occupanti di Roma sono cattivi, ma non possono
essere così cattivi! Ci daranno un riconoscimento solo se non li
trattiamo troppo male!”.
Ma invece no, sono davvero cattivi. Sono i primi responsabili della
distruzione della Chiesa, dalla quale dipende la salvezza o la
dannazione di milioni e milioni di anime. Ed eccoli ancora più
cattivi che mai con l’ultimo Motu Proprio di Papa Francesco. E sono
sempre stati così, dagli ultimi 60 anni. Allora come ha fatto
l’Arcivescovo a vederlo così chiaramente e non i suoi colleghi
né i suoi successori? Per la forza e la purezza della sua fede.
Kyrie eleison.