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Sonata per pianoforte “Hammerklavier”

L’ultimo arido movimento della 29°
sonata per pianoforte di Beethoven, prefigurava chiaramente gli orrori
della “musica” moderna, quasi 200 anni fa.

Sonata per pianoforte “Hammerklavier”

La musica, la storia e la teologia sono strettamente intrecciate,
perché c’è un solo Dio e tutti gli uomini sono stati
creati da Lui per tornare a Lui. La storia riguarda le azioni degli uni
con gli altri, secondo che vanno a Lui o no; la musica esprime
l’armonia o la disarmonia nelle loro anime, secondo come vivono la loro
storia volgendosi a Lui o no. La musica di Beethoven (1770-1827), vista
come divisa in tre periodi, ne è un chiaro esempio.
Il primo periodo, che contiene le opere relativamente tranquille del
suo apprendistato magistrale da Mozart (1756-1791) e Haydn (1732-1809),
corrisponde agli ultimi anni dell’Europa pre-rivoluzionaria. Il secondo
periodo, che contiene la maggior parte delle opere gloriose ed eroiche
per le quali Beethoven è meglio conosciuto e amato, corrisponde
alla diffusione degli sconvolgimenti e delle guerre in tutta Europa e
oltre, causate dalla Rivoluzione Francese. Il terzo periodo, che
contiene i capolavori profondi ma in qualche modo sconcertanti,
corrisponde al tentativo dell’Europa, dopo il Congresso di Vienna
(concluso nel 1815), di ricostruire il vecchio ordine
pre-rivoluzionario su basi post-rivoluzionarie – un vero rompicapo.
Come la terza sinfonia di Beethoven, “Eroica”
(1804), che ha dato in primo luogo piena espressione al suo umanesimo
eroico di un nuovo mondo, è stata il lavoro fondamentale tra il
primo e il secondo periodo, così la sua 29° sonata per
pianoforte, “Hammerklavier”
(1818), è stata il lavoro fondamentale tra il secondo e il terzo
periodo. Si tratta di un pezzo vasto, elevato, distaccato, ammirevole,
ma stranamente inumano… Il primo movimento, che si apre con una
risonante fanfara, seguita da una ricchezza di idee nell’Esposizione,
da una lotta culminante nello Sviluppo, da una Ricapitolazione
variegata e di nuovo da una Coda eroica, presenta tutti i tratti tipici
del secondo periodo, ma siamo già in un mondo diverso: le
armonie sono fredde, per non dire gelide, mentre la linea melodica
raramente è calda o lirica. Il secondo breve movimento è
a mala pena un po’ più amichevole: un quasi-Scherzo che
trafigge, un quasi-Trio roboante. Il terzo movimento, il movimento di
Beethoven più lento di tutti, è un lamento profondo e
quasi monotono, in cui momenti di consolazione evidenziano
semplicemente il prevalente umore di disperazione virtuale.
Un’introduzione pensosa è necessaria per realizzare la
transizione verso l’ultimo movimento della Sonata, di solito rapido ed
edificante, ma in questo caso rapido e triste: ritorna un frastagliato
tema principale, che rallenta, si volge in avanti e si capovolge nei
successivi sgraziati movimenti di una Fuga tripartita. Al crudo dolore
del movimento lento risponde la grezza energia di una lotta musicale
più brutale che musicale, con l’eccezione di un nuovo breve
interludio melodico. Come nella “Grosse
Fuge” del movimento del quartetto d’archi, qui Beethoven
prefigura la musica moderna. “È magnifico”, avrebbe detto il
Generale Francese, “ma non è musica”.
Beethoven stesso scese da questo monte Everest delle sonate per
pianoforte, per comporre nei suoi ultimi dieci anni alcuni dei suoi
più gloriosi capolavori, in particolare la Nona Sinfonia, ma
essi in qualche modo sono tutti ovattati. L’esultanza disinibita
dell’eroe del secondo periodo è in gran parte una cosa del
passato. È come se Beethoven si fosse in un primo tempo beato
del vecchio ordine divino, per scendere in un secondo tempo a
riconquistare la sua indipendenza umana, ma spinto a chiedersi in un
terzo tempo: Che significa tutto questo? Che significa rendersi
indipendenti da Dio?
Gli orrori della “musica” moderna ne sono la risposta, come prefigurato
nella “Hammerklavier”.
Senza Dio, sia la storia sia la musica, muoiono.
Kyrie eleison.