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BIRDSONG (EC 92)

Il canto primaverile degli uccelli di
Londra ispira una libera ripresa del famoso lamento di Catullo per la
morte dell’uccellino della sua amata.

Canto d’uccelli
Una cosa
c’è stata di buono nel mio ritorno dall’Argentina in
Inghilterra, il clima: dopo aver gustato la calda estate al Sud, sono
arrivato al Nord nei giorni miti di fine febbraio, con una primavera
precoce già in corso. Gli alberi che fioriscono, uno dopo
l’altro, e gli uccelli che cantano. E come cantano, da soli o in
concerto, formando un fluire a mala pena interrotto di allegria,
cinguettii, trilli, pigolii, fischiettii!
Per lanciare il loro canto sembrano scegliere i rami degli alberi dove
difficilmente possono essere visti, ma come possono essere uditi! Ci si
chiede, come possono queste creature dal peso così leggero,
emettere tanto suono? E perché? Solo per trovare un compagno? Ma
mi è stato detto che qui cantano tutto l’anno. “Stai tranquillo”, – diceva
Sant’Ignazio di Loyola a un piccolo fiore sul ciglio della strada – “So di Chi stai parlando.”
L’innamorata di un poeta romano aveva un passero come animale
domestico, e Catullo ne descrive tutto il fascino. Ecco una libera
traduzione della poesia da lui scritta quando il passero morì: –
Tutti i cuori che amano, si affliggono!
La mia amata ha perso il suo passero.
Il suo caro passero è morto.
Avrebbe preferito perdere i suoi occhi.
Come il bambino che si aggrappa alla madre,
Dalla mia amata non poteva allontanarsi,
Saltellando sul suo grembo, cinguettava
Tutto il giorno solo per lei.
Ma ora è nel buio della morte,
Da dove nessuno ha il potere di tornare.
O maledetta oscurità dell’Inferno,
Benché carino, tu lo divori!
Che dolce uccellino hai perso!
È morto, povero uccellino.
Dice che è colpa sua, la mia amata,
E i suoi occhi sono rossi di pianto.
Catullo fu contemporaneo di Giulio Cesare, che conosceva. E c’è
un certo fascino nel rendersi conto di quanto l’antica Roma fosse tanto
umana quanto eroica.
Kyrie eleison.